"Babilonia e poesia”: a chi ha vissuto gli anni '90 a Torino, questa combinazione di parole risveglierà sicuramente dolci ricordi di lunghe notti all'insegna del reggae in una città dalla scena musicale destinata a lasciare segni indelebili. Stasera, a distanza di 31 anni dall'uscita dell'album, gli Africa Unite faranno rivivere al proprio pubblico tutte quelle grandi emozioni grazie a un concerto speciale e ricco di ospiti che chiuderà l'edizione 2024 del Flowers Festival; l'appuntamento è al Parco della Certosa Reale di Collegno in corso Pastrengo 51 (biglietti a 15 € più prevendita o a 20 € in cassa).
A poche ore dal concerto, abbiamo raggiunto il frontman Bunna per riflettere sul senso del reggae all'interno del mondo musicale odierno e per qualche anticipazione sul live di stasera.
Suonerete di nuovo a Torino dopo 9 anni di assenza, chiudendo un festival importante come il Flowers nel bel mezzo di un tour che vi vede intensamente impegnati in giro per l'Italia: come ci arrivate?
Non suoniamo “in casa” da un bel po' di tempo e, per questo, è una data che sentiamo molto: farlo proprio al Flowers non può farci che piacere. Stasera proporremo il concerto che stiamo portando in giro durante l'estate, un vero e proprio omaggio a quel periodo di grande creatività e di grande interesse verso le nuove proposte musicali che sono stati gli anni '90 a Torino e in tutta Italia. Per questo, sul palco con noi ci saranno tantissimi amici musicisti che hanno condiviso con noi musica, tempo e viaggi; sarebbe bello tornare a quel fermento, ma non è così semplice.
Spotify, trap, talent show...anche se si sono moltiplicati generi e canali per fare e divulgare musica, gli algoritmi sembrano portarci verso un loop di omologazione. In un mondo così profondamente cambiato, il reggae può essere un'arma per contrastarla?
Le cose sono cambiate molto rispetto ai nostri esordi: in moltissimi casi, le nuove generazioni vogliono fare musica con l'obiettivo di “spaccare” e diventare ricchi nel più breve tempo possibile attraverso dischi costruiti emulando le cose che funzionano o hanno funzionato nel breve periodo per fare streaming e views; questo è il modo migliore per appiattire e omologare la musica, tanto è vero che spesso si fatica a distinguere gli artisti l'uno dall'altro. Per quanto ci riguarda, la cosa non ci è mai appartenuta perché non abbiamo mai cercato di somigliare a qualcuno o qualcosa, ma di creare uno stile unico e riconoscibile restando coerenti e vivendo la musica calandoci nella nostra realtà . La nostra originalità ci ha portato a prenderci delle libertà che hanno tradito i canoni tradizionali del reggae, ma queste sfaccettature si sono trasformate in un carattere altamente riconoscibile.
Questa omologazione sta minacciando anche la musica dal vivo e in particolare i festival?
Anche se di veri festival, intesi come eventi di più giorni dove si campeggia vedendo più gruppi di generi diversi, se ne vedono sempre meno, ritengo che siano una cosa bellissima e da preservare. È importante portare avanti situazioni di questo tipo perché sono aggreganti e creano socialità permettendoti di vivere esperienze e incontrare persone senza perdere il contatto realtà, come fa invece chi preferisce esprimere le proprie emozioni da una tastiera.
Che senso ha, quindi, suonare ancora reggae?
Anche se negli ultimi anni ha perso un po' di appeal, ci piace continuare a suonarlo perché è un ottimo strumento per veicolare un certo tipo di messaggi. Nonostante i nostri 43 anni di attività, inoltre, facciamo ancora tanti concerti con un pubblico sempre numeroso e, fortunatamente, giovane: se dovessimo puntare sui nostri coetanei difficilmente avremmo folle oceaniche.
È proprio quella del reggae la “ferita sempre aperta” di cui parlate in “Non è fortuna”, title track del vostro ultimo album?
Di ferite da provare a rimarginare attraverso la musica ce ne sono sempre molte perché ci sono ancora tantissime cose da dire e, purtroppo, anche tantissime cose da denunciare. Mi sembra un ottimo motivo per continuare a suonare e il reggae ci permette di trasmettere il nostro pensiero e le nostre riflessioni al pubblico.
Il clima politico italiano e internazionale sembra portarci sempre più verso una deriva intollerante verso le minoranze e la diversità, dove anche il razzismo e la repressione del dissenso trovano purtroppo posto: da storici e fieri ambasciatori artistici di un genere di musica “nera”, in cui la critica sociale assume un valore decisivo, sentite un po' di responsabilità nel contrastare questa deriva?
L'attitudine di dire qualcosa attraverso la musica l'abbiamo appresa da Bob Marley, figura che ci ha senza dubbio ispirato. Il reggae, da questo punto di vista, ci permette di esprimere determinati concetti e di parlare di problematiche importanti in modo divertente e solare: gli Africa Unite sono sempre stati un gruppo militante, per questo sentiamo il dovere di dire qualcosa sulle questioni che ci circondano e crediamo che tutti gli artisti dovrebbero farlo. In un mondo dove la musica è sempre più leggera e priva di contenuti, in cui l'impegno sembra passato di moda, siamo contenti di essere tra i pochi che continuano a farlo.
Nonostante tutto, il reggae resta una musica “da ballare”, dove gli aspetti del divertimento, della relazione e dell'incontro sono caratteristiche fondamentali: come è possibile coniugare l'impegno con la voglia di far festa?
Noi abbiamo sempre trovato il modo per farlo: il nostro ritmo e le nostre melodie sono sempre molto solari e invogliano a ballare, ma se ti soffermi ad ascoltare le parole capisci che c'è anche dell'altro. L'aspetto ludico è sempre importantissimo perché ti permette di essere attrattivo verso un pubblico che ai concerti vuole sentire buone vibrazioni, divertirsi e stare bene, ma noi siamo la dimostrazione di come si possa unire il divertimento all'impegno.
Stasera ci saranno anche molti ospiti: puoi rivelarne qualcuno?
Sarà una bella festa, molto divertente e ricca di amici che, con noi, hanno portato avanti musica e messaggi in quel tempo come Mgz, Luca Morino dei Mau Mau, Bobo Boggio dei Fratelli di Soledad e Silvio Carruozzo dei Persiana Jones. A loro si aggiungeranno un po' di musicisti che hanno fatto parte degli Africa negli anni '90.